La base normativa


Grazie all'Unione europea i cittadini degli Stati membri possono viaggiare, vivere e lavorare ovunque in Europa: è questo uno dei vantaggi più tangibili dell’appartenenza all’UE e della realizzazione del “mercato interno”.

Il diritto di circolare e soggiornare liberamente in tutto il territorio dell'Unione europea è strettamente connesso allo status di cittadino europeo (che spetta automaticamente a chiunque abbia la cittadinanza di uno Stato membro dell'UE) riconosciuto dal trattato di Maastricht  e ribadito dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.

La libera circolazione dei lavoratori, in particolare,  è un principio fondamentale dell'UE, sancito dall'articolo 45 del trattato sul funzionamento dell'Unione europea  e ulteriormente precisato dal diritto derivato e dalla giurisprudenza della Corte di giustizia europea

Per lungo tempo, la materia  è stata disciplinata dal regolamento 1612/68 del 15 ottobre 1968, sostituito nel 2011, ad oltre quarant’anni dalla sua pubblicazione.

La nuova normativa è dettata dal regolamento (UE) n. 492/2011 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 5 aprile 2011, relativo alla libera circolazione dei lavoratori all'interno dell’Unione -  pubblicato nella Gazzetta ufficiale europea del 27 maggio (L 141)

Il nuovo regolamento, che in ben 42 articoli tocca tutti gli aspetti delle attività necessarie per garantire il diritto alla circolazione dei lavoratori, ha operato il riordino di una materia che, dalla sua prima disciplina, ha subito diverse modifiche, dovendosi coordinare con altri provvedimenti successivi che hanno sancito una più generale libertà di circolazione e soggiorno per i cittadini dell’Unione.

Per saperne di più:

http://europa.eu/legislation_summaries/internal_market/living_and_working_in_the_internal_market/l23013a_it.htm


Il corpus normativo dell'UE in tale ambito dà ai cittadini europei il diritto di circolare liberamente nel territorio dell'UE per motivi di lavoro e di vivere con i propri familiari nel Paese ospitante.

In sintesi, i cittadini dell'UE hanno il diritto di:

  • cercare lavoro in un altro paese dell'UE
  • lavorare in tale paese senza bisogno di un permesso di lavoro
  • vivere in questo paese per motivi di lavoro
  • restarvi anche quando l'attività professionale è giunta a termine
  • godere della parità di trattamento rispetto ai cittadini nazionali

Il regolamento n. 492/2011 definisce aree specifiche in cui la discriminazione fondata sulla nazionalità è vietata: l'accesso all'occupazione; le condizioni di lavoro; i vantaggi sociali e fiscali ; l'accesso alla formazione; l'iscrizione alle organizzazioni sindacali; l'alloggio; l'accesso all'istruzione per i figli dei lavoratori.

 

Esistono restrizioni all’esercizio di tali diritti per motivi politici e di sicurezza pubblica, salute pubblica e lavoro nel settore pubblico.

A partire dal 1° gennaio 2007, data adesione della Bulgaria e della Romania, è stato, inoltre, previsto un periodo transitorio della durata massima di 7 anni (che cesserà, quindi, il 31 dicembre 2013) durante il quale può essere imposta una serie di restrizioni alla libera circolazione dei lavoratori in provenienza da, verso e tra questi Stati membri.

I cittadini dell'UE possono anche chiedere il trasferimento di alcuni tipi di copertura sanitaria e previdenziale verso il paese in cui si trasferiscono per motivi professionali (coordinamento dei regimi di sicurezza sociale
Per alcuni mestieri è inoltre possibile chiedere il riconoscimento delle qualifiche professionali .
La libera circolazione dei lavoratori si applica anche, in linea di massima, ai paesi dello Spazio economico europeo: Islanda, Liechtenstein e Norvegia.

Per approfondimenti:

Sito della Commissione europea:  La tua Europa

Sito della Commissione europea  - DG Occupazione, affari sociali e inclusione

Punti di contatto nazionali per il riconoscimento delle qualifiche professionali

Portale EURES (contiene informazioni sulle offerte di lavoro e di studio in Europa). 

* nella sezione sottostante, “Lavorare con Eures”, vi offriamo un approfondimento sui servizi che la rete EURES fornisce alle persone in cerca di lavoro interessate a trasferirsi in un altro Paese per lavorare e studiare e ai datori di lavoro che desiderano assumere persone di un altro Paese, nonché a tutti i cittadini che intendono avvalersi del principio della libera circolazione delle persone.


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I benefici derivanti da un’esperienza di lavoro all’estero sono molteplici
. Oltre al fatto che essa rappresenta una preziosa occasione di crescita e arricchimento personale, grazie alla possibilità di migliorare la propria conoscenza delle lingue e di entrare in contatto con la gente, la cultura e il modo di vivere del paese ospitante, bisogna anche considerare che "chi fa le valigie per destinazioni europee ha più possibilità di sbaragliare la concorrenza sul mercato del lavoro." I manager italiani, così come quelli di altri Paesi, sono più propensi a favorire, nei loro processi di selezione del personale, coloro che hanno già lavorato in altri contesti europei: in genere, si tratta di giovani che hanno imparato una lingua straniera e che, avendo appreso ad interagire con un’altra cultura, si rivelano più flessibili e aperti alle esigenze del cliente e operano con una mentalità meno burocratica.

 

Quello della libera circolazione dei lavoratori , inoltre, è un diritto fondamentale che va a vantaggio non soltanto dei singoli lavoratori, ma anche, grazie alle competenze che portano con sé, delle economie dei paesi in cui decidono di trasferirsi.

Il fatto di potere circolare per lavoro in tutto il territorio europeo agevola non poco la ricerca di personale, proprio perché dà accesso a carriere e professionalità più complete che non sempre si trovano nell’ambito dei propri confini nazionali. L’attività di un’impresa può quindi accrescersi grazie all’assunzione di dipendenti stranieri.


La situazione reale/gli ultimi interventi della Commissione UE

 

Nel corso degli anni i Paesi all’interno dei quali vige il principio della libera circolazione dei lavoratori hanno migliorato, per molti versi, le condizioni per la mobilità occupazionale: nonostante ciò, è ancora bassa (solo il 3%) la percentuale dei cittadini europei che vive  e lavora in uno Stato membro diverso dal proprio paese d’origine.

Innanzitutto, vi è poca consapevolezza dei diritti da parte dei cittadini, ma anche da parte dei datori di lavoro sia pubblici sia privati. Da un sondaggio del 2010  è infatti emerso che il 67% delle persone ritengono di non essere informate a sufficienza o di non esserlo affatto sui loro diritti di cittadini dell'UE.

Inoltre, nonostante i diritti sanciti dalla normativa in vigore, molti dei 10,7 milioni di lavoratori migranti dell'UE subiscono una serie di pratiche discriminatorie. Ad esempio, le amministrazioni o le imprese possono fissare norme discriminatorie per le assunzioni, oppure quote o requisiti di nazionalità per mansioni specifiche. Anche le norme in materia di retribuzione o prospettive di carriera potrebbero essere diverse da quelle previste per i cittadini nazionali. L'esperienza e le qualifiche professionali potrebbero non essere riconosciute allo stesso modo o affatto.

Questi ostacoli tendono a scoraggiare un numero crescente di persone dall'andare a vivere e lavorare in un altro paese dell'UE. E’ quanto emerge dai risultativi di un sondaggio Eurobarometro   pubblicato nel settembre 2011 (speciale Eurobarometro 363 “Internal Market.Awareness, perceptions and Impacts).


Di qui le recenti misure proposte dalla Commissione europea per
garantire una reale ed effettiva applicazione della legislazione vigente e quindi, rendere più facile lavorare in un altro paese Ue, favorendo la mobilità all'interno dell'Europa senza discriminazioni basate sulla nazionalità.

Meno ostacoli per chi vuole lavorare all'estero - In base alle nuove regole contenute nella proposta del 26 aprile 2013, i paesi dell'UE sarebbero tenuti a:

  • fornire canali ufficiali dove i lavoratori migranti dell'UE - e i loro datori di lavoro - possano ottenere informazioni, assistenza e una consulenza sui loro diritti
  • prevedere mezzi di ricorso nei casi in cui lavoratori di altri paesi dell'UE siano discriminati
  • consentire a sindacati e altre organizzazioni di avviare procedimenti amministrativi e giudiziari a nome di singoli lavoratori che si sono visti negare i loro diritti.

 

 Prossime tappe - Per poter entrare in vigore, le proposte devono ora essere approvate dai paesi dell'UE e dal Parlamento europeo.

 

Indipendentemente da questa proposta, la Commissione, in qualità di garante del trattato, continuerà inoltre a portare avanti le procedure di infrazione, quando necessario, nei confronti degli Stati membri laddove il diritto nazionale non fosse in linea con la normativa vigente (articolo 45 del TFUE e regolamento (UE) n. 492/2011)

Alla luce anche dell'attuale crisi, la mobilità del lavoro è una soluzione vincente per tutti, sia per gli Stati membri, che ne traggono beneficio, che per i lavoratori'', ha sottolineato il commissario agli affari sociali Lazslo Andor nel presentare le misure. Bruxelles, ha avvertito Andor, si pone contro ''qualunque percezione sbagliata o nel peggiore dei casi tendenze xenofobe'', che mirano a ''minare questa libertà fondamentale'' che è la libera circolazione dei lavoratori.

La promozione della mobilità è anche uno degli obiettivi della strategia Europa 2020 ed, in particolare, dell’ iniziativa faroYouth on the move.

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